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opinioni brevi

Tide is turning

La giornata è passata prima al Viscom, fiera grafica e stampa, poi allo Smau. Smau molto di fretta, ma alcune cose le ho pensate durante la visita al Viscom, comunque una delle fiere di questo settore meno importanti e significative.  Penso che in una fiera, negli stand, sia normale avere approcci molto commerciali, dunque niente da dire se le domande non erano nè operative (come funziona la tale cosa?) nè strategiche (di fronte ad una domanda strategica, se sei onesto, occorre scoprirsi), ma erano più che altro di chi annusa il mercato. Sono approcci poco interessanti, perchè chi dedica troppo tempo ad annusare il mercaro finisce per essere quello che i tecnici chiamano "follower", tuttavia nelle fiere di settore le cose vanno così. Ma era la grinta a mancare. Capisco la crisi, capisco che la marea ha portato via gran parte dei riferimenti dei mercati tradizionali... quello che non capisco è la mancanza di reazione da parte di questi commerciali di medio profilo. Un clima da "fondo del barile" senza che ve ne siano le ragioni. Personalmente, mi sono fatto una ragione del pasticcio in cui molte aziende (italiane), tipicamente di produzione, sono finite. - attività commerciale territoriale, tipo soldatini, in un mondo totalmente proiettato in direzione opposta.  - il pensiero rivolto costantemente ad una sempre più misera fetta di torta personale, ancora territoriale, e nessuna reale attenzione al cliente. - attenzione al cliente "da manuale", e in questo caso utilizzo la formula "da manuale" con accezione negativa. Non c'è freschezza, e nemmeno molta intelligenza, nel fare relazione: ci si attiene alle regole. - vendo solo ciò che è caro, ciò che è costa vale di più, noi ci posizioniamo in fascia alta. Non ho ancora sentito nessuno che dicesse "noi ci posizioniamo sulla fascia bassa" eppure male non gli farebbe. Il mondo dei venditori guarda al lusso anche quando vende estintori. Guardate in faccia la realtà. E il prezzo non ha più alcuna attinenza col posizionamento reale di un prodotto, quel mondo è finito. - non ho visto nessuno tener conto che il business è il 50% del lavoro, poi c'è un altro 50% fatto di buone relazioni, di grazie, di crediti riconosciuti, di sensibilità. Scusate, lettori, effettivamente non ha molto di positivo questa analisi (a caldo) della situazione. È che la realtà potrebbe essere molto più dinamica e piacevole di come decine di venditori la rappresentano nelle loro teste. Per esempio?  Per esempio c'è Quinto Protti e c'è la sua DigitalPrint di Rimini. E poi c'è Angelo Barzaghi. Ho pranzato con Quinto, ma non solo con Quinto: anche con un suo dipendente che ne segue la comunicazione e con due imprenditori di Modena. Quinto, in 20 minuti, mi ha raccontato le 10 direzioni in cui si è sviluppata la sua azienda negli ultimi 2 anni (di crisi, no?): gestionale nuovo di zecca, preventivazione on line, macchine da stampa e linee nuove, reparto informatico interno di supporto, fiere a cui mi ha invitato, voglia di mettere in piedi operazioni di "affiliazione on line" e ovviamente il fatturato a queste cose è sempre sensibile. Poi c'è Angelo, caso diverso, perchè la sua azienda bene non se la passa. Peccato che, in due ore, abbiamo parlato di girare videocorsi, test di stampa da realizzare insieme, di importazione di prodotti con tutti i loro pro e contro, di produzione di contenuti editoriali...  Insomma, chiudere questo post non è semplice perchè non vorrei passasse il messaggio che c'è una morale in tutto questo. Solo per dire che le condizioni ci sono, il dinamismo si sente, perchè creare
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Internet for Peace: chi sta facendo marketing?

Qualcuno in questi casi si chiede "di che stiamo parlando?". Stiamo parlando della polemica nata in seguito alla candidatura proposta dalla rivista Wired Italia e dal suo direttore Riccardo Luna di Internet al Premio Nobel per la Pace. Stiamo parlando di una domanda che circola in questi giorni: è stato solo marketing?

Per questo mi chiedo da un paio di giorni: di che stiamo parlando?

La rete, come spesso succede in questi casi, si polarizza: favorevoli e contrari, chi retwitta e clicca sul "mi piace" del post del direttore di Wired, chi lo fa sul post di chi ha messo in giro questa domanda, i fondatori di Ninja Marketing. In questo momento i numeri - quantitativi - sono favorevoli a Ninja Marketing, e questo dato non è da sottovalutare, teniamolo a mente: 333 contro 244 condivisioni.

Non sono riuscito a farmi un'opinione chiara in proposito, ma una serie di osservazioni random che scrivo di seguito.

- culturalmente il fatto è molto molto interessante, e sotto potrebbe esserci qualsiasi altro fenomeno che riguarda il link business-società. Credo che la cultura italiana, nel bene o nel male, sia molto più sensibile a certi argomenti (era marketing, e allora dove sta la bontà, la buona fede?) rispetto ad altre culture. Credo che Chris Anderson non si sarebbe trovato a dover rispondere a questa domanda, dalle sue parti. Noi, un po' di morale ce la mettiamo sempre.

- non era tutto marketing? Non stavamo parlando di questo, fino a qualche tempo fa? Non eravamo qui a dire che anche il modo in cui una telefonista dice "buongiorno, posso aiutarla?" è marketing? E allora, da una campagna di questa portata (sponsorizzare la candidatura a Nobel per la Pace) che cosa ci si aspettava? Che non rafforzasse un brand, che non iniettasse argomenti emotivi e sociali in un marchio (Wired), e da qui in un prodotto (la rivista) e da qui in un editore (Condè nast)? Se è marketing cliccare sul tasto "mi piace" di un articolo, condividere un'idea altrui, figurarsi sostenere e sponsorizzare una candidatura a Nobel per la Pace. Qualcuno non si era reso conto della portata dell'iniziativa?

- ho tentato di fare dei paragoni, ma i paragoni sono spesso sofismi con vari punti deboli, spesso sviano più che spiegare. Ho pensato "come se Guido Barilla, attraverso Mulino Bianco, candidasse la Fao al tale riconoscimento internazionale". Tutti noi diremmo che si tratta di vender tegolini, non di muoversi per una buona causa. Perchè siamo abituati a pensar poco bene, per il discorso che la nostra cultura opera nette separazioni tra business e sociale, perchè la Barilla fa un prodotto chiaro e commerciale, mentre Wired è un prodotto culturale e la cultura non è mai inquadrabile in un frame dai contorni precisi, semplici, tipicamente di prodotto appunto. Personalmente avrei preferito un "blind endorsement", sostenere la causa senza metterci il marchio del nome e della testata, visto che l'esposizione a questo tipo di polemiche era dietro l'angolo. Ma poi, sempre a random, penso: che c'è stato di male?

- chi sta facendo davvero marketing in questi giorni? Wired, con i suoi viaggi a Oslo, a New York, oppure Ninja Marketing con il suo post (a cose fatte)? Penso entrambi, ma se si deve ragionare su qualcosa, trovo più discutibile fare operazioni di riflesso che agire in prima persona. Parlavamo del numero dei followers e dei mi piace (333 da Ninja Marketing; 244 dal nuovi sito di Wired). Avevate per caso dimenticato l'esistenza della società Ninja Maketing? E adesso, per caso, ve ne ricordate? Bene, allora l'operazione è compiuta.

 
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Il Marketing Personale (secondo me)

Oggi Stefano Principato ha pubblicato questa breve intervista sul suo blog. L'intervistato è il sottoscritto: non so se sia marketing personale riprendere sul proprio blog le interviste che si rilasciano, ma queste risposte chiariscono molti aspetti della mia attività, valeva la pena ripostarle...

In questo spazio vi riporto le domande, qui potete leggere (e commentare) le risposte.

Quanto ritieni sia importante oggi un approccio strutturato al marketing personale per un professionista?

Quali strategie e strumenti utilizzi normalmente nelle tue attività di self marketing e promozione?

Qual è a tuo parere l'errore assolutamente da evitare nella propria promozione on line?

Che suggerimenti daresti a chi volesse incrementare la propria visibiltà?
 
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E voi, lavorereste 4 ore la settimana?

Ieri Simone Brunozzi, blogger che seguo sempre con curiosità, ha scritto un post che iniziava così:

Sarò controcorrente, ma “The Four Hour Workweek” di Tim Ferriss mi è piaciuto solo a metà. Letto un paio d’anni fa. Pochissime persone possono davvero permettersi di seguire i suoi consigli. E il punto è che quattro ore a settimana SONO TROPPO POCHE.

Questo il mio commento, che riporto qui, ma che se leggete nel suo blog riuscite ad accostare a molti altri commenti (ha avuto successo il suo post).

Simone, ho letto un anno fa “4 hours a week”. Molto dubbioso sulle 4 ore, come dici tu: troppo poche. Ma più che altro molti dubbi su alcune formulette di web marketing che venivano fornite nel libro: hai un’idea, la realizzi, ci spari sopra un po’ di adwords, generi ordini che ti permettono di rispondere alle email a orari prefissati da un’isola tropicale.

Beh, magari fosse così semplice l’ecommerce… chi ne ha fatto un po’ può dirti che dedichi almeno 4 ore al giorno a controllare l’adwords, i dati, il data entry, e così via per tutta la normale gestione dell’impresa…

Però, ne ho tratto due insegnamenti che, in effetti, hanno cambiato molto il mio approccio al lavoro.

Primo: che pensare alla propria vita come ad un 40 anni + 20 è un inganno. E’ un rischio troppo grande. Meglio pensarla come una somma di piccoli start and stop, o brevi pause ogni qualche mese. Questo ha migliorato molto il mio modo di lavorare. Meno male che l’ho scoperto a 29 anni.

Secondo: che posso lavorare e mandare avanti impresa e collaboratori ovunque io sia, non per forza dall’ufficio ogni giorno. Questo è un fine, più che una realtà, ma un fine che apre moltissimi orizzonti. Lavorare in mobilità spesso ci viene proposta come una tariffa telefonica, come dire “beh, tu poverino che sei sempre in giro, ti offriamo questi strumenti…”. Al contrario, si tratta di modificare piano piano il proprio business, il proprio atteggiamento verso gli spazi fisici, i contatti fisici. E’ comunque un processo lungo, ma che riesce. Bisogna mettere dei tasselli ogni giorno: un gestionale è meglio in the cloud, una connessione è preferibile se flat, un cellulare è preferibile se con wi fi, ogni volta che registri un numero di telefono ci metti un +39 davanti (non si sa mai, per il futuro…), i calendari condivisi stanno su Google, le “notifiche” di qualunque aspetto della vita aziendale ti arrivano su una casella email personale, e via così… per costruire la fuga!

E voi, come impostereste il vostro tempo dedicato al lavoro?
 
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GTStudyday: cosa ho imparato e cosa vi segnalo

Lunedì tornerò in ufficio, accenderò il mio Mac, con un bagaglio di conoscenze più ricco. Beh, per quanto riguarda le competenze, aspettate che le metta in pratica, qualche settimana di tempo...

Ecco che cosa ho imparato al GT Study Day di ieri, con Giorgio Taverniti (twitter @giorgiotave), sabato 9 maggio a Pietra Ligure:

- sul piano generale, ho imparato che si possono fare eventi gratuiti e di elevatissima qualità, che il modello del "Gratis" di Chris Anderson è perfettamente applicabile anche al mondo degli "atomi" (spostarsi per le città italiane, dormire, mangiare, sono "atomi", non "bit"). Come nasce un GT Study Day? Un gruppo locale, appassionati web sul territorio, invita l'animatore di una community ed esperto SEO, lui parla otto ore, risponde ad ogni domanda, non trattiene segreti, comunica uno spirito critico fondamentale, chi ascolta sono web master, operatori del settore turismo, seo per hobby o professione, che dal giorno dopo metteranno in pratica questi insegnamenti. Dunque, il modello del Gratis dice che gli introiti, per Giorgio e i suoi collaboratori, saranno indiretti (accessi al sito, libri, conferenze "premium", sponsor che offrono convenzioni, etc...). Al pubblico sta benissimo così, a lui - credo - pure, è un sistema che raramente ho visto applicare alla realtà italiana, eppure ho scoperto che quando si realizza, funziona.

A livello più pratico ho imparato che:
- esiste una libreria on line molto tecnica e utilissima: libreria strategica
- le compenteze in fatto di SEO non sono così confuse come sembra: le notizie dalle fonti (Google, Yahoo, Microsoft) sono spesso vaghe e astratte, è vero, ma qualcuno in grado di fare ordine esiste, e te lo vuole comunicare. Questo è un ottimo strumento "difensivo" per tutti gli imprenditori che, a quanto ne so, ricevono decine di mail settimanali con vaghe proposte di "presenza sui motori di ricerca". Una sana formazione fa bene a tutto il sistema: personalmente ho incontrato molti, moltissimi imprenditori disillusi, critici, diffidenti verso le proposte più serie, perchè a queste persone ormai era stato promesso tutto, ottenendo il nulla. Penso sia utile per l'imprenditore formarsi, ed è stato bello infatti passare la giornata con Elisabetta, di Loano 2 Village, che non se ne sta dei pareri dei consulenti, vuole capire in prima persona. E credetemi, questa preparazione semplifica molto la vita anche a noi consulenti.
- che il SEO è qualcosa che cambia in fretta, ma che poggia su punti fermi: la qualità dei contenuti, la produzione di contenuti, la pertinenza tra l'attività svolta e ciò che si comunica. A questo nessun motore di ricerca farà mai deroghe (potrà commettere imprecisioni, certo), perchè derogare significa non rendere un buon servizio a chi sta dall'altra parte della mascherina, il pubblico che immette i dati per fare la ricerca.
- che proporre una sola soluzione non basta. Diversificare è tanto utilizzato nel finance, quanto poco lo è nella comunicazione. Forse perchè nella comunicazione classica, diversificare equivaleva a disperdere. Nel web, diversificare significa creare qualcosa che è più grande della somma delle parti. Esempio semplice (e di quelli che terrorizzano un po')? Google per un motivo tutto suo ci manda in fondo alle pagine di ricerca: se abbiamo altri canali, sopravviviamo, se Google è l'unica nostra fonte di traffico, perdiamo il 90% dei contatti nel giro di un week end. E' successo lo scorso gennaio a molti, a quanto ne so.
- che i siti vanno velocizzati, e che in questo senso abbiamo qualche problemino... ma rimedieremo presto :)

Infine, la giornata mi ha confermato un'idea:  fare SEO non è truccare, è lavorare su alcuni fronti piuttosto che su altri, su fronti che possono portare maggiori vantaggi all'azienda.
In chiusura di giornata si parlava della possibilità di posizionare una singola pagina in testa ai motori con ben 10 o 20 chiavi di ricerca, e del fatto che qualcuno ce l'avesse fatta (a parte il sospetto che, chi ha mostrato questi risultati probabilmente era loggato su Google, e dunque andava in testa in base ad un ordine non reale). La domanda è: ma questa pagina, in realtà, di che cosa parlava? Quale era il focus reale? Vendeva cucine o camere da letto? Perchè è questo che importa, in ultima analisi, a chi fa la ricerca e ha una ventina di secondi di tempo, non di più.

 
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Condividere le competenze tra i clienti è un valore?

Questa è una pubblicità del gruppo bancario HSBC, l'ho scattata qualche giorno fa all'aeroporto di Gatwick in coda per l'imbarco.

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Tutti noi che offriamo consulenza, risolviamo il 90% dei problemi del cliente A utilizzando competenze acquisite grazie ai lavori per il cliente B,C e D... Spesso ci vengono però proposti dei vincoli, quasi contrattuali, per cui se impariamo a sviluppare un'idea, e le problematiche ad essa connesse, nel settore della grande distribuzione, o legale, o turistico, grazie all'esperienza fatta su un'azienda, sarebbe bene non trasferire queste competenze su un'altra azienda. Attenzione, non si tratta di segreti relativi all'azienda A, si tratta di pura competenza in termini di lavoro, di sviluppare idee adeguate.

HSBC lo considera un valore. Personalmente lo considero un valore.
Vorrei capire se le aziende lo considerano a loro volta un valore aggiunto, o un qualcosa da limitare.

 
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Le fonti del #volcanicash

Sto seguendo da vicino le notizie sul vulcano islandese: domattina alle 13 avrei un volo per Londra, questa mattina ho cercato le fonti meno rumorose per capire la situazione.

Non è una classifica di chi è stato più bravo a comunicare, ma solo alcune considerazioni libere, quando ancora non so se stanotte questa nube starà al di qua o al di là delle Alpi.

Questa mattina presto ho cercato su Twitter le fonti migliori: @boeingairplanes @heathrow_airoport e @gatwick_airport alle 6.30 di venerdì scrivevano con massimo rigore (140 caratteri sono sufficienti) la situazione: aeroporti chiusi fino alle 19 (orario poi posticipato alle 7 di domattina), non andare in aeroporto, vi faremo sapere con il prossimo aggiornamento delle 8.30. @heathrow_airport addirittura rispondeva (@gino @enrico @mark) a vari messaggi personali, scrivendo di avere pazienza, che prima o poi sarebbero potuti partire per le vacanze, o per il viaggio d'affari.

L'hastag #volcanicash è stato utile, ma c'è stato qualche rumore di fondo, persone più interessate all'atmosfera in Islanda che non alla situazione dei voli, forse definire un ashtag più ristretto sarebbe stato utile.

Il sito RyanAir è stato molto aggiornato, molto più preciso di Alitalia e Air France, usciti in Home Page con una notizia sulla nube, ma nulla di più su biglietti, voli cancellati, rimborsi. RayanAir ha invece focalizzato l'attenzione sull'assistenza ai passeggeri.

Queste sono state le mie fonti, più qualche incursione su corriere.it e repubblica.it, in cui però si notava l'immenso divario: notizia relegata in decima posizione già dalla tarda mattinata (in Italia vende la politica, non la vita reale), orari imprecisi (del tipo "aeroporti chiusi almeno altre 48 ore": da quando? le notizie certo, magari prorogatelo col passare del tempo, ma che siano le 7 o le 13); folklore con interviste poco utili ai viaggiatori in partenza.

Mi hanno infine raccontato del Tg1, e qui non vorrei fare della retorica: grandi imprecisioni, però per chi raccontava la televisione era l'unica fonte, sui rimborsi, grandi confusioni sui biglietti prenotati tramite agenzia o direttamente on line (e le agenzie on line? troppi distinguo, meglio semplificare?), molto dramma e poca informazione.

Ragionavo poco fa su un comune denominatore a tutte le mie fonti, e sulla differenza con chi ha appreso gli aggiornamenti tramite Tv o Radio. Per caso, per inclinazione personale, per abitudine, le mie fonti erano pressochè primarie, dirette. Ma non è stato necessaria alcuna entratura tra i controllori di volo o tra il top management delle compagnie aeree, è bastato individuare un ashtag, un avatar twitter e qualche indirizzo www. Chi mi ha raccontato del Tg, aveva solo notizie da fonti indirette, mediate, interpretate.
Questo è il bello degli apparecchi che ci portiamo dietro, e a cui, fortunatamente, ci stiamo abituando ogni giorno di più.
 
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Alternative ai manifesti elettorali

Pensavo, oggi, che la sterminata truppa dei comunicatori abbia sfornato un numero abbastanza alto di idee negli ultimi quarant'anni, e che forse i manifesti elettorali potrebbero essere anche lasciati da parte, visto che ormai non hanno altra funzione se non deturpare. Poi ricevo questa mail, da Esterni.

La cosa più incredibile che ci è capitato di vedere in queste settimane di campagna elettorale è stata la lenta invasione di manifesti di ogni dimensione che hanno iniziato a occupare gli spazi della città. Così è capitato in tutte le città, più o meno grandi.

Grandi facce, milioni di volantini, poster, cartelloni e locandine intasano (abusivamente) la comunicazione negli spazi pubblici.
Migliaia di macchine e camion trasportano carta e plastica che finiranno al macero il giorno dopo e la manovalanza è affidata a frotte di lavoratori in nero.

Forse per deformazione professionale succede che ci colpisce subito qualunque tipo di intervento nello spazio pubblico, sia positivo o negativo.
Siamo forse più sensibili, più attenti, perché ce ne occupiamo per tutto l'anno, tutto il giorno.

E allora, vedendo i milioni di manifesti stampati, di volantini distribuiti, di buste spedite a casa, di attacchini che fanno a gara a chi occupa più spazio, non possiamo non pensare che chi è evidentemente incapace di proteggere e rispettare gli spazi di tutti prima di essere eletto, difficilmente potrà occuparsene poi.

Quale città o paese hanno in mente questi politici*, incapaci di rispettare l'ambiente, gli spazi in cui tutti viviamo, e di conseguenza, nemmeno le persone? Esiste un modo diverso per fare campagna elettorale, così come esiste un modo diverso di pensare e progettare gli spazi di tutti.

 
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Start Up e fisco. Stato il miglior Venture Capitalist?

Molto bravo Marco Massarotto, soprattutto perchè la case history è reale, interessante, qualcosa in cui riconoscersi... per altri dettagli sulla proposta, clicca qui.


 
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Per brevità chiamato Twitter...

Non vorrei aggiungere un contributo personale all'eterna discussione twitter vs facebook: chi tra i due è meglio, perchè lo usi, chi vince. Mi concedo non più di trenta righe, per non rischiare, dopo di chè il testo sarà troncato, non ci saranno "tiny url" a risolvermi il problema...

Innanzitutto, non ci sono spiegazioni utilitaristiche o alta strategia di comunicazione: Facebook è più privato, Linkedin più business, Twitter è privato se ne fai un uso privato, è business se ci lavori... mi sembrano argomentazioni non tanto geek, quanto geek in malafede... E' una questione istintiva, come dev'essere per questo genere di cose: se prendo in mano l'iPhone e ho voglia di comunicare qualcosa ad altre persone, lo faccio più volentieri con Twitter, tutto qui, è una scelta che si concretizza in mezzo secondo. Non penso, ogni volta, se siano più business-oriented o più friend-oriented le quattro righe che sto per scrivere, queste sono cose da manuali, non da vita vissuta...

Facebook è un fiume in piena totalmente inquinato da una scia di immagini istantanee sfuocate e caricate di traverso, raccolte di album, regali-spam, video amatoriali privi ogni qualità, post continui di materiale che trovi ovunque in rete...
Non che twitter non lo sia, ma non mi è ancora mai capitato di trovarmi l'intera timeline con post totalmente spazzatura, forse nessuno si sogna di farlo, o viene relegato in una lista che non si scorre mai: quei pochi secondi su twitter sono spesi decisamente meglio, lo spam è tenuto sotto controllo, si auto-isola.

Secondo: i commenti. D'accordo l'interazione continua, ma capita di scrivere qualcosa e di non avere alcuna voglia che questa cosa venga commentata, che qualcuno possa dire "mi piace" o "non mi piace" senza pensarci più di una frazione di secondo. Tempo fa cliccai per errore su "partecipo" ad un evento, la notizia apparve sul mio profilo FB e un'amica cliccò su "mi piace": lei apprezzava la mia partecipazione a qualcosa a cui io stesso mai avrei partecipato.
Su Twitter ci sono i Retweet, un altro pianeta. Un endorsment reale, più selettivo e di qualità rispettto al "mi piace" privo di senso...

Terzo: ci si può permettere di non usare la lingua italiana, si parla come i robot: vista mostra Triennale,bella,andate. E' il sogno di tutti i comunicatori. E' la forma di lingua italiana più vicina alla brevità anglosassone: via preposizioni, avverbi, pronomi, congiungizioni, e la frase fila via lo stesso...

 

 
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